Un ingegnere iraniano sostiene di aver catturato il Sentinel statunitense grazie all'uso di misteriosi "campi di forza". Ma gli UAV degli USA restano uno dei punti di forza dell'aviazione a stelle e strisce
Roma - Come si fa a catturare un
drone volante appartenente alla maggiore potenza militare del globo terracqueo? La ricetta iraniana comprende tecnologie fantascientifiche come dischi volanti e campi di forza dalla natura ignota, anche se la storia non sembra avere molto credito fuori dai confini del paese in contrasto con praticamente tutto l'Occidente.

A sostenere la bizzarra ipotesi del disco volante è
Mehran Tavakoli Keshe, ingegnere iraniano che avrebbe avuto il merito di gestire la cattura dell'oramai famigerato
UAV USA RQ-170 Sentinel: l'ipotesi più accreditata parla di un attacco di
GPS spoofing che avrebbe disorientato il sistema di guida del drone, ma ora Keshe prova a rimescolare le carte con un pizzico di fantascienza spacciando online una storia piuttosto inverosimile.
A essere però parecchio veritiero è l'uso, costante e implacabile, che gli
USA fanno dei loro UAV armati e non. Nonostante il caso di un attacco con molte vittime civili risalente allo scorso novembre, gli Stati Uniti tornano a impiegare i micidiali droni senza pilota in
Pakistan.
Un rapporto del
Congresso stabilisce infine che un terzo dei veivoli da battaglia statunitensi è composto da droni e UAV, mentre la
Electronic Frontier Foundation è costretta a trascinare la
Federal Aviation Administration in tribunale per conoscere l'esatto numero di veivoli senza pilota per cui è stata concessa la licenza a sorvolare il territorio nordamericano.
